E’ morto, che ridere!
Se penso che è morto… c’è da ridere.
Era uno che conoscevo, diciamo pure un “amico”.
Era uno che la mattina si vestiva bene per andare a lavorare, saliva in macchina perché i mezzi pubblici: “non funzionano come dovrebbero”.
Se penso che è morto… c’è da ridere.
Era uno di quelli che più saliva il petrolio più si fanno la macchina grossa, più diminuisce lo spazio a disposizione più cercano di occuparlo. Era uno che si infilava in quegli uffici grigi la mattina e ne usciva la sera, con la testa svuotata dai mille sorrisi finti come paresi.
Era uno di quelli che non si capiva bene cosa facesse, ma guadagnava bene. Era uno che ci teneva a tenersi in forma, la sera andava in palestra e saliva su una bicicletta con lo sguardo fisso avanti e pedalava per un ora, ma rimaneva fermo.
Era uno che con i figli non passava molto tempo, ce li aveva ma non sapeva se mai li avesse voluti.
Era uno di quelli che ai figli non aveva molto da dire o da insegnare, l’unica cosa che sapeva fare era quella che non si capiva bene cosa fosse. Era uno di quelli che non aveva fatto molte cose nella vita, ma ai suoi figli comprava giochi elettronici e schermi al plasma.
Se penso che è morto… c’è da ridere.
Era uno di quelli che l’estate e a capodanno andava in vacanza su spiagge assolate, immobile su un lettino. Era uno che andava anche all’estero, immobile su un lettino. Era uno che si doveva rilassare, immobile su un lettino.
Come e quando è morto nessuno se lo ricorda, nessuno se ne accorto, solo io e neanche mi conosceva (perché io non ho nulla fare)…che ridere!
Le altre parole inutili.
L’informazione impulsiva e zoppa per volontà propria è folgorante, l’educazione non è da meno! Chi le segue, assiduo, è da subito spacciato: il cervello si cuoce e implode, come la cenere dopo la brace. Chi vorrebbe la diversità dall’omologazione palese, perché forse ha l’animo un po’ cercatore, un po’ filosofo e un poco artista, si rifugia in studi e disquisizioni: l’accanimento, la mete ormai intaccata, lo rende mesto, stanco e pigro, si arrende tanto che dice: ” Non vedo bellezza in questo mondo così cupo, in cui gli uomini pensano al denaro e all’apparire solamente! Che posto c’è per le arti, le scienze e gli ideali? Non ci son più i tempi andati, passati come le acque giù pel fiume!”. Il vero è altro: ciò che rotolò nell’alveo sono “i di lor ciglioni”, ormai seccati dai lampi delle fitte nubi tutt’attorno.
Introduzione.
La musica soffre di ciò che soffre il resto: la fame di profitto. L’azione creativa è assoggettata al guadagno che se ne trae e non fine al messaggio che trasporta, non è musica ma anti-musica.
Chi compie questo sono i produttori e le etichette discografiche che puntano a vendere prodotti consumabili in largo , i musicisti che si prostrano al desiderio di fama. La composizione dell’opera musicale consiste così nel mezzo che procaccia il lucro.
L’intenzione artistica è quindi subito uccisa.
Ne seguono quindi le misure per la tutela del “diritto d’autore” che sono in realtà le misure per la tutela dello sfruttamento della risorsa “opera musicale”, alimentando così la schiera dei tutori di tale diritto. La cecità e l’anacronismo di queste misure è palese quando si scontrano con le moderne tecnologie di diffusione delle informazioni, negando il diritto fondamentale della crescita culturale degli individui.
Il sistema e ammalato e morente. Tenta di sopravvivere utilizzando la forza che ancora possiede trasformandosi in dittatura incatenando la libertà di comunicazione. E alle dittature si risponde con le rivolte, che già si muovono per la rete: internet è il mezzo, per difendere e concretizzare il bisogno di esprimersi che ogni vita porta in se.
Alcune cose che l’arte fa.
Solleticato da un commento, mi è venuta voglia di scrivere sulla questione se l’arte può farsi carico di divulgare un’altra modello di realtà o interpretare quella che vede.
Quello che ho pensato è che l’arte è sempre stata fortunatamente libera dalle schematizzazioni che le stringono la liberta di movimento.
Molti movimenti spinsero nuove visioni o idee, altri furono caustici osservatori della cose viventi, ma la maggior parte fecero tutte e due le cose insieme. Si pensi ai futuristi che furono i portatori di un ideale di velocità e sintesi (cosa che ritengo di fondamentale importanza tuttora per farsi comprendere in un epoca in cui le informazioni viaggiano alla velocità della luce e in quantità inimmaginabile), ma anche interpreti di una realtà d’inizio secolo turbolenta e sanguinosa, si pensi agli scrittori della beat generation da Kerouac che ne divenne il manifesto, a Burroughs e Bukowski che, con la loro diversità videro ,cose che nessuno seppe descrivere in quel modo.
La realtà dei tempi che ora vanno, è povera tutto ciò: la gente vive in una condizione artificiale e alienata dalle cose e dalle persone, incapace anche solo di interpretare il veduto, perché la materia dei prodotti di consumo la costringe ad una vita di paura e incapacità al rischio del perdere, anche se lo scopo è quello di guadagnare libertà e conoscenza, cioè i valori supremi.
Atienaropmetnoc (II).
Volevo scrivere un nuovo articolo sulla contemporaneità, ma visto che non è importato una verga a nessuno, cosa deducibile dal numero di commenti zero…lo farò ugualmente. Infatti quella roba che sta scritta per titolo è “contemporaneità” al contrario. Vi ho fregato? Ora continuate a leggere o andate su www.gnocca.it? Lo so: tira più un pelo di figa, scusate il maschilismo, che cento buoi!
Infatti al secondo capoverso (dopo il primo spazio escluso quello sotto il titolo) dico in poche parole che l’arte contemporanea non ha speranza, meglio che si spari in bocca!
In realtà era una provocazione e come tale se ne aspettava un’altra. Non penso che il senso dell’arte sia finito, anzi credo che il suo compito fondamentale sia quello di cercare il bello dove non esiste e dalle ceneri di una realtà in decomposizione, estrarre il battito della vita: un po’ come faceva il mio amico Hank Bocowski, che rovistando nella spazzatura riusciva sempre a scovare una gemma preziosa che tutti pensavano falsa.
Dare il giusto taglio di luce alle cose per scoprire il lato fecondo non è facile: si possono creare ombre che fanno apparire contorni dove c’è invece materia, falsare i colori e alterare i contrasti. E questo non è un bene perché l’arte deve essere vera.
Se vado a guardare con attenzione, mi accorgo che negli anni sessanta ciò che era rifiutato dalla cultura istituzionalizzata, veniva preso a modello per creare l’anticultura che rivoluzionò il modo di pensare della gente. Questo periodo storico è, invece, la discarica dei fasti e gozzoviglie del precedente secolo, dal punto di vista ambientale e culturale. Quindi occorre diventare artisti del riciclaggio se non vogliamo affogare nella mondezza.
Contemporaneità.
Alcuni dicono che l’arte contemporanea non abbia senso. Certo: se pensiamo alla bambina inglese di pochi anni che vende i suoi quadri per migliaia di sterline sembra lampante.
Ma di fronte a Kandinsky o Mirò? di fronte ad Albert Ayler o Ornette Coleman?e Stockhausen? L’intimismo astratto, le espressioni del recondito dell’animo, quando non assumono i contorni nitidi di forme conosciute, possono perdere significato? Se ciò che vediamo o ascoltiamo non rappresenta qualcosa di conosciuto, si può rimanere lontani dalla comprensione ma ciò non toglie che se ne può essere attratti.
Senz’altro rispondere a queste domande potrebbe diventare una divertente perdita di tempo intellettuale, ma il quesito purtroppo è un altro. Può l’arte aver senso in un mondo che non lo ha? Certo che no: se il suo compito è rappresentare ciò che la circonda, che siano le sensazioni più nascoste o la realtà più lampante, il senso non esiste. Forse in un tempo di leopardiana memoria in cui l’uomo viveva a contatto con la natura si poteva riuscire a scorgere la bellezza e rappresentarla. Oppure quando l’aria era tesa da ideali importanti…
La realtà del contemporaneo invece è priva di tutto e senza senso, presa dalla ninfomania consumistica che ci spinge a circondarci di oggetti inutili, i quali ci costringono in un esistenza inutile, finché, come oggetti, verremo gettati.
Ma ciò che di vivo c’è nella nostra società sono appunto i rifiuti, i quali crescono e prosperano, i rifiuti industriali, rifiuti urbani e rifiuti umani. Quindi se c’è qualcosa di buono bisogna cercarla nella spazzatura… ma non ci avevano già pensato negli anni sessanta?
Arte?
Ammesso che l’arte sia qualcosa che venga ancora ricercata, e non una pratica desueta, in parole povere, ammesso che importi qualcosa a qualcuno, si potrebbe cercare di capire che significhi fare dell’arte.
La parola arte viene dal latino ars, che indicava la capacità di progettare o costruire qualcosa. Questa definizione implica il possesso di una qualche abilità, cioè defecare su una tela da pittura non dovrebbe essere arte visto che non richiede una particolare capacità se non, al massimo, quella di avere un ciclo digestivo regolare.
Ma la storia dell’arte è piena di personaggi, che pur non possedendo tecniche canoniche, sono ora patrimonio culturale. Prendiamo Van Gogh: non aver percorso studi regolari, lo portarono a sviluppare una tecnica pittorica fuori dal comune, che lo rese distinguibile e adorato, ma ciò non significa che la conquista di questo modo di dipingere non costò applicazione e disegni stracciati. In linea di massima non basta svegliarsi la mattina, aprire la finestra e proclamare al mondo di essere artisti, per diventarlo. Occorre dedizione: come i fabbri affinavano il lavori a colpi di lima; infatti ci fu un tempo in cui per imparare a dipingere si andava a bottega e cioè si imparava a fare l’artigiano prima ancora dell’artista. Un po’ come accadde ai primi jazzisti che suonarono nelle bande di strada e nei bordelli fin da ragazzini: fu quella la loro bottega.
L’arte è vero implica esperienza e studio, ma non solo, se no qualsiasi altra attività umana come l’inseminazione artificiale dei bovini potrebbe essere comunemente definita arte. Infatti l’arte è qualcosa che mette in moto l’anima, che stimola i sentimenti, che eccita il soggettivo, come un dildo psichico. Ma perché ciò avvenga bisogna necessariamente che ci si impegni unicamente nell’atto creativo, senza interessarsi di cosa sarà l’opera compiuta.
Per chi la pratica, l’arte deve essere un intimo piacere, uno sfogo e una terapia nel momento stesso del compimento. Essa non può rappresentare il mezzo per l’ottenimento di secondi fine, è il veicolo del il messaggio che gorgoglia dalle interiora umane: per questo uno scopo lucroso uccide l’arte.
Per l’artista, che ha giovato dell’opera nell’ istante del compimento, il risultato non conta, e può essere gettato nel mondo. Se la creazione ha valore, sarà inutile proteggerla con leggi sulla tutela del diritto d’autore, come fosse un panda in estinzione, andrà per le case, aiutata dalla gente, più forte e intelligente di chi l’ha fatta.
E ancora: uno scrittore inglese, a cui piaceva spassarsela per le strade del XIX secolo, caduto in disgrazia, scrisse dal carcere una lettera, nota oggi come De profundis, in cui ribadiva che nell’arte forma e sostanza coincidono. L’espressione estetica dell’opera è il suo messaggio e viceversa, il suo fine è essere il veicolo di se stessa.
In altre parole la vera arte non mente: se l’artista adopera un determinato linguaggio è perché lo richiede ciò che ha da dire, così linguaggio e messaggio si fondono in maniera inscindibile.
Quindi, ancora una volta, si ricava che chiunque volesse cimentarsi in creazioni artistiche con lo scopo di diventare ricco famoso e fico, è pregato di astenersi: il risultato sarà quello di gettare altra merda nel mondo.